già pubblicato su OpenCalabria, insieme a Francesco Aiello*

Horizon2020 è lo strumento finanziario per l’attuazione dell’Unione dell’innovazione. Rientra nell’iniziativa Europa 2020 che è volta a garantire la competitività globale dell’Europa. Il budget di 80 miliardi di euro del periodo 2014-2020 è stanziato per il finanziamento di progetti di ricerca scientifica e azioni a sostegno dell’innovazione tecnologica che abbiano un significativo impatto sulle condizioni socio-economiche dei cittadini europei. Secondo lo studio della Commissione Europea condotto nel 2015 per analizzare i risultati delle prime 100 calls for proposal, il tasso di successo complessivo delle proposte ammissibili è di circa il 14%. La selezione è aspra, a testimonianza della volontà di finanziare rilevanti attività di ricerca a elevato impatto potenziale. Al termine del primo anno di Horizon2020, le università europee hanno registrato le migliori performance in termini di numero complessivo di domande ammissibili, seguite dal settore privato e dalle organizzazioni di ricerca.[1]

Dall’analisi degli open data CORDIS (Community Research and Development Information Service) della Commissione Europea, aggregati dalla data di inizio del programma fino ad aprile 2016, emerge che le organizzazioni italiane (Università, Ricercatori, Imprenditori, Centri di Ricerca e Associazioni) sono state coinvolte in 2930 progetti che rappresentano il 9,2% del totale di 31868 proposte di finanziamento. Si tratta di valori che collocano l’Italia al quarto posto dopo Regno Unito (4191), Germania (4172) e Spagna (3212) per numero di progetti finanziati nell’ambito di Horizon 2020. Circa un terzo del totale dei progetti di ricerca e innovazione proposti da enti italiani è vinto dalle Università. Fino ad aprile 2016, esse si sono aggiudicate 775 progetti, di cui 570 in qualità di partecipante e 205 in qualità di coordinatore.

Figura 1 - Dati Commissione Europea, Elaborazione OpenCalabria

Figura 1 – Dati Commissione Europea, Elaborazione OpenCalabria

L’Università italiana che ha vinto il maggior numero di progetti Horizon2020 è il Politecnico di Milano con 86 progetti (11% rispetto al totale nazionale delle Università) di cui 20 in qualità di coordinatore. Nelle successive quattro posizioni si collocano l’Università di Bologna (56 progetti di cui 12 da capofila), il Politecnico di Torino (47 di cui 17 da capofila), La Sapienza (42 di cui 11 da capofila) e l’Università di Padova (40 di cui 10 da capofila). Le prime 10 università assorbono più della metà del numero totale di progetti finanziati. Le Università del nord si sono aggiudicate 486 progetti (pari al 62,71% del totale) contro i 218 di quelle del centro (28,13%) e i 71 delle Università del sud (9,16%) (Figura 1).

Figura 2 - Dati Commissione Europea, Elaborazione OpenCalabria

Figura 2 – Dati Commissione Europea, Elaborazione OpenCalabria

L’ammontare di fondi diretti della Commissione Europea stanziati per il finanziamento di tali progetti (Figura 2) è circa 200 milioni di euro, di cui il 62% (123,7 Mln €) aggiudicato dagli atenei del nord, il 29% (57,7 Mln €) da quelli del centro e il 9% (18,6 Mln €) da quelli del sud.

È importante verificare se il successo nel programma Horizon 2020 sia legato ad un effetto scala delle Università.  A parità di condizioni, ci si aspetta che i mega atenei abbiano molto personale dedicato alla progettazione e alla ricerca di finanziamenti e, quindi, maggiore probabilità di successo in H2020. Maggiore è la dimensione, più elevata è anche la possibilità che le Università abbiano relazioni con gli altri stakeholder del settore (enti di ricerca, altre università, imprese). La figura 3 indica la presenza di una significativa relazione lineare tra dimensione delle università e il numero di progetti finanziati (la correlazione tra docenti e progetti H2020 è pari a 0.65).

Figura 3 - Dati Commissione Europea e MIUR - Elaborazione OpenCalabria

Figura 3 – Dati Commissione Europea e MIUR – Elaborazione OpenCalabria

L’Università con la maggiore quota (7,04%) di docenti su totale nazionale è La Sapienza di Roma, la quale è assegnataria del 5,4% dei progetti Horizon2020. Seguono le università di Bologna (5% di docenti e 7,3% di progetti), l’Università di Napoli Federico II (4,5%; 2,2%) e l’Università degli studi di Padova (5,16%; 3,99%).  All’estremo opposto si collocano le piccole Università. Quelle con meno dell’1% dei docenti italiani hanno ottenuto finanziamenti per 133 progetti, ossia il 17% dei progetti totali.

La distribuzione dei progetti finora finanziati all’interno di H2020 restituisce un’immagine dell’Italia divisa in due. I dati disponibili non consentono di poter verificare il tasso di insuccesso di ciascuna università, poiché non è noto il numero dei progetti presentati dai singoli Atenei, ma ritenuti non finanziabili dalla Commissione Europea. Questa informazione aiuterebbe a capire se la bassa frequenza nei finanziamenti sia associata ad una bassa partecipazione ai bandi. Ciò che può essere dedotto dai dati disponibili è che indipendentemente dalla dimensione e dalla progettualità, il successo dipende anche dalla capacità delle università di creare reti: i progetti in cui le Università del Sud sono capofila sono solo 16, circa l’8% dei 205 progetti coordinati dagli atenei italiani (Tabella 1).

Una direzione verso cui le Università del Mezzogiorno dovrebbero convergere nell’immediato futuro, dunque, è di rafforzare le relazioni con gli altri atenei italiani ed europei. Al fine, quindi, di massimizzare l’utilizzo delle risorse H2020, lo sviluppo delle capacità di networking delle Università Meridionali diventa cruciale. Si tratta di un obiettivo che può essere perseguito capitalizzando, per esempio, le relazioni dei singoli e che deve essere sostenuto e rafforzato con azioni mirate all’interno di ciascun ateneo (al netto della dimensione).

Infine, è ben noto che le Università del Mezzogiorno scontano un effetto di localizzazione in un ambiente poco incline ai cambiamenti innovativi. Ciò, quindi, le carica di un ulteriore peso legato alla terza missione del trasferimento tecnologico: più che altrove, la vera sfida delle Università del Mezzogiorno è di trasformare la ricerca di base in sapere da utilizzare nei sistemi locali. In altre, parole, la fertilizzazione tecnologica delle produzioni locali dipende molto anche dalla capacità delle Università del Mezzogiorno di svolgere in modo efficace i contenuti della terza missione. In questa direzione, diventano essenziali le attività universitarie per coinvolgere i territori di riferimento verso la partecipazione ai complessi bandi dell’UE.

La sintesi è che le opportunità di H2020 diventano “il tema” non solo per il mondo delle Università, ma per l’intero Mezzogiorno che finora ha fatto meno di quanto potrebbe e dovrebbe fare.

[1] È importante ricordare che una proposta è presentata da uno o più attori coinvolti nel progetto in qualità di partecipanti (in caso di progetti che prevedono un partenariato tra più organizzazioni) o di coordinatori (uno per ogni progetto, cd. capofila).

*Professore Ordinario di Politica Economica presso l’Università della Calabria